Un altro aspetto sicuramente significativo riguarda l’età in cui i genitori hanno consegnato ai propri figli un tablet o uno smartphone: l’età minima che emerge dalla nostra ricerca è 1 anno, l’età media 2 anni e mezzo. Si evince che più l’età del bambino è alta, più tardi il bambino ha cominciato a usare strumenti digitali, in un processo di regressione anagrafica che aumenta sempre di più man mano che si va avanti negli anni. Un bambino, cioè, di prima elementare, nato quattro o cinque anni dopo un suo compagno di quinta avrà, con molta probabilità, iniziato ad usare strumenti digitali molto prima.

I docenti, di fronte a questi cambiamenti, devono lavorare fin dalla scuola dell’infanzia su aspetti educativi un tempo assolti dalle famiglie. Problematiche sociali e di gestione del tempo libero da parte delle famiglie, orari di lavoro molto lunghi di entrambi i genitori, bambini lasciati a scuola fin da piccolissimi per moltissime ore, sono tutti elementi che rendono il rapporto educativo nella famiglia più superficiale rispetto al passato, con la conseguenza che troppo spesso si delega ai mezzi tecnologici il compito di “occuparsi” del tempo libero dei figli anche in tenera età. Questi bambini appaiono meno capaci di riflettere e di interagire con l’altro. Non si raccontano più le fiabe, non si ascoltano più i genitori e si è attratti da ciò che risulta più accattivante: la TV, internet, il videogioco. Sarebbe importante che le famiglie modificassero le proprie abitudini per ricondurre i propri figli ad una realtà da cui sembra si stiano allontanando, ritornando esse stesse ad essere punto di riferimento.

Questa immersione costante nell’utilizzo della tecnologia condiziona il modo di apprendere del bambino: comunemente abituato al movimento, al “fare”, all’imparare per esperienze dirette, al lavorare in gruppo, alla trasmissione del sapere da bambino a bambino, con un uso del digitale troppo anticipato modifica quei processi tra cui anche la capacità di assorbire i messaggi, soprattutto visivi, che giungono invece con una rapidità che il cervello in età così giovane non può assimilare.
Sono note, infatti, le difficoltà che i bambini evidenziano nell’ascolto, nell’immaginazione creativa, nella gestione della paura e delle emozioni, dell’attesa e del tempo, anche se si sviluppano la memoria, la ricerca visuo-spaziale e altre funzioni a noi adulti quasi del tutto sconosciute.
Tutto ciò appare palese anche a scuola, ambiente in cui i ragazzi trascorrono buona parte delle loro giornate. Serve invece una buona forma di maieutica, attraverso nuove metodologie didattiche interattive, si deve tornare a rispondere alle curiosità dei ragazzi, al porre problemi, a sollecitare un intervento diretto. Imparare a intervenire fa parte di ciò che la scuola deve potenziare, in ottica di cittadinanza ma anche di relazioni interpersonali.

Dai questionari proposti, infatti, si è notato che i bambini della prima classe, abituati all’uso del digitale, laddove esso non sia presente risultano essere più iperattivi e disattenti (Grafico 8). Una volta proposte attività che prevedevano anche l’uso di tecnologie si è alzato il livello di attenzione e di motivazione. È di primaria importanza però non dimenticare “l’effetto novità” che, una volta superato, può riportare la situazione ai livelli iniziali.

Grafico 8

Come illustrato nell’immagine sopra, la motivazione è sempre collegata all’attenzione, all’ascolto e alla comprensione; il docente, quindi, per far nascere questa motivazione si deve “reinventare”: deve essere flessibile, osservare, ascoltare, accompagnare nel processo di apprendimento i propri studenti, favorendo la metariflessione sulle azioni di relazione, indicando obiettivi di competenza, sollecitando al confronto e alla collaborazione, rispettando le caratteristiche e gli stili individuali, lasciando spazi di autonomia e di protagonismo, facendo ricercare strumenti facilitatori dell’apprendimento, ascoltando le proposte di costruzione di prodotti individuali e collettivi, da far condividere e proporre ad altri “esterni”,colmando del proprio sapere i ragazzi senza proporre strutture cognitive pre-costituite, pervadendo senza prevaricare, nella consapevolezza che l’apprendimento è sicuramente un fatto individuale, ma deriva da azioni collettive, di una intelligenza connettiva che produce la costruzione di significati, scaturiti da confronti continui. 
A supporto di quanto affermato, da una ulteriore analisi dei processi cognitivi di base nelle diverse modalità di fruizione dei contenuti (attraverso tablet, pc, LIM, cartaceo – Grafico 9), la ricerca evidenzia che i bambini che hanno utilizzato il tablet hanno mostrato una maggiore velocità percettiva, mentre nessuna differenza si evince su significato verbale, meccanismi attentivi e ragionamento. L’interesse, invece, cala notevolmente quando si lavora con il cartaceo e con la LIM – tipico strumento della lezione frontale, dell’uno a tanti – che fa anche registrare il più̀ alto tempo di esecuzione delle prove proposte.

Grafico 9
