Gli adolescenti ormai vivono, comunicano, interagiscono nel mondo immateriale della rete, collegati continuamente e immersi in un mondo artefatto[1].

Molti sono i benefici che ne possono derivare. Attraverso il cloud, per esempio, si possono aprire all’interazione e alla conoscenza collettiva, superando i confini spazio-temporali. Si formano comunità di apprendimento, si interagisce nell’immaterialità, si cresce grazie ad esperienze plurali ed eterogenee in un contesto completamente nuovo, dove la cooperazione non è più legata a isole costruite nella realtà (scuola, amicizie, famiglia), ma in cui i gruppi nascono e si creano spontaneamente nelle “nuvole”, anche con persone appartenenti a luoghi distanti e con esperienze diversissime dalle loro e tra loro. Da questa molteplicità di contatti i ragazzi possono imparare a cooperare con gli altri sviluppando un forte senso di solidarietà, ad affrontare e a risolvere problemi, ad accettare diversi punti di vista, a essere autonomi e a crearsi un percorso di apprendimento su misura, secondo attitudini, interessi, modalità di lavoro personali e personalizzate: un percorso comunque mediato dalla comunità in cui si trovano a operare. I ragazzi si incontrano, dialogano, discutono, lavorano, creano, comunicano in forme nuove, un mondo virtuale in cui si sentono liberi di esprimersi e di formare la propria personalità e la propria conoscenza. Una conoscenza che non è più proposta dagli adulti, ma a cui i ragazzi avranno accesso e a cui potranno contribuire in modalità inedite, in cui spazio e tempo sono dilatati a dismisura e “distribuiti”: «è lo spazio virtuale della cittadinanza digitale iperconnessa»[2].

Si attivano meccanismi cognitivi in interconnessione costante con gli altri e con il contesto. Non esiste più, dunque, lo spazio-classe, lo spazio-famiglia, né il “tempo definito” dell’orario scolastico o dei ritmi che i genitori impongono ai propri figli: le pareti si aprono, si abbattono, il reale si amplia, le biblioteche divengono virtuali, sparse nel mondo dell’immaterialità in scaffali anch’essi virtuali, in cui i ragazzi scoprono una cultura spontanea, in cui ciò che conta è ciò che loro vogliono modificare, attraverso nuove fonti di informazione e nuovi modi di costruzione e rappresentazione del proprio sapere.
Noi adulti non possiamo più ignorare tale realtà o fingere che non esista; dobbiamo invece entrare a farne parte, facendo un passo indietro per lasciare che i nostri ragazzi ne diventino protagonisti. Ma non possiamo esserne assenti, poiché ciò significherebbe non poter più colloquiare con loro, non avere più punti di contatto e allora finirebbero per muoversi da soli in un mondo che è sconosciuto tanto a noi quanto a loro.
La scuola già da anni sta cercando di rispondere , non sempre positivamente, a questo nuovo modo di vivere “oltre le pareti” degli istituti scolastici, ma ciò implica non solo un modo completamente differente di progettare sia la lezione che il setting d’aula, ma anche un ripensamento della didattica e una governance del tutto nuova.
Il contenuto di questa sezione è stato ripreso da un articolo di Dianora Bardi pubblicato su una rivista scientifica http://www.ledonline.it/index.php/transmedialiteracy/article/view/1651
[1] L’uso della tecnologia spesso viene confuso con il multimediale, che invece è una forma di comunicazione, l’interazione di più media in uno stesso supporto informatico. Il digitale indica la rete, la convergenza di più strumenti che permettono l’apertura al globale anche di ciò che è locale. Un sistema sempre connesso ha delle gravi conseguenze che dobbiamo tenere ben in considerazione.
[2]Si veda B. Bevilacqua, Apprendimento significativo mediato dalle tecnologie, in “Rivista Scuola IaD”, Università degli Studi di Roma Tor Vergata (http://rivista.scuolaiad.it/n04-2011/apprendimento-significativo-mediato-dalla-tecnologie).
