La IAD 1  è una diagnosi che necessita ancora di molto studio. Molti medici dibattono se sia uno specifico disturbo psichiatrico, o piuttosto un sintomo psicologico che può̀ collegarsi a quadri clinici già esistenti. La differenza tra un adulto e un bambino/ragazzo è evidente: in una persona molto giovane la struttura emotiva è molto più fragile, così come è molto più frequente trovare assenza di autostima, insoddisfazione nel rapporto con gli adulti o con gli stessi compagni, sino a giungere all’insorgenza regolare di pensieri ossessivi tanto da condurre alcuni soggetti, che hanno questo rapporto esasperato con il web, a condurre una vita in isolamento e poco dinamica (ma non è chiaro, ad oggi, se internet sia la causa o l’effetto del problema).

Secondo la prof.ssa Lucangeli questi meccanismi nascono nel processo mentale e arrivano ad essere meccanismi di malattia della struttura, non nascono dalla struttura per interferire sulla mente, ma nascono dalla mente e dal comportamento per interferire sulla struttura.


1  La sigla fu coniata nel 1995 dallo psichiatra Ivan Goldberg e inserita in un saggio satirico che trattava di “persone che trascurano i loro obblighi familiari per sedersi a fissare uno schermo mentre navigano su Internet “.

In un giornale del 1996 la IAD fu citata anche dalla psicologa, esperta mondiale dei comportamenti online, Kimberly Young. Con l’obbiettivo di valutare il grado di rischio psicopatologico legato all’utilizzo di Internet, la Young ha elaborato lo IAT (Internet Addiction Test): il questionario (reperibile a questo link: https://it.surveymonkey.com/survey-closed/?sm=KsQ5MmFS_2BWYyo8vcemhVWL_2BOxKZrW1M0YyccBBDaRC51gsaVlgSdTP4GB98KwUQv30E41HfDeRNrQWeyykh5uWbDeONb0gHapDFWoy55b90_3D) aiuta ad autovalutarsi per definire il livello di dipendenza in base al profilo ottenuto.