Psicologia dell’intelligenza

Una delle mission della scuola è quella di “potenziare l’intelligenza dei bambini”, ma cosa significa e come è possibile farlo?

 

Un po’ di letteratura…

L’ingegnere e psicologo statunitense Louis Leon Thurstone nel 1938 aveva riconosciuto sette abilità che compongono l’intelligenza umana: la comprensione verbale, la fluidità verbale, la capacità numerica, la visualizzazione spaziale, la memoria, il ragionamento, la velocità percettiva. Venti anni dopo Joy Paul Guilford arrivò a 120 abilità. La difficoltà nel dare una risposta scientifica (misurabile) dell’intelligenza appare ancora una chimera, in quanto essa è qualcosa che si esprime attraverso una molteplicità di comportamenti, sviluppati dagli individui in modo differente e non quindi identificabile con un’abilità unitaria.

Nell’ambito della psicologia dell’intelligenza, esistono due tradizioni tra le quali solo ultimamente si sono creati dei ponti: la prima tradizione è l’approccio psicometrico, basato cioè sui test; la seconda è l’approccio cognitivo che cerca di indagare come l’intelligenza ‘funzioni’, focalizzando l’attenzione sui processi. A questo riguardo citiamo la teoria delle intelligenze multiple di H. Gardner, che parla di otto tipologie: intelligenza linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, intrapersonale, interpersonale, visivo-spaziale, naturalistica. Sono ambiti in cui gli individui si muovono più agilmente, dimostrano un talento particolare e maggiori capacità di apprendere. L’altra teoria è quella di R.J. Sternberg nella quale la persona intelligente è quella che attivamente si muove per adattarsi all’ambiente e alle circostanze. Lo psicologo statunitense riconosce quindi tre componenti: l’abilità di elaborare le informazioni che guidano il comportamento intelligente (intelligenza componenziale), accanto alla quale esistono anche un’intelligenza esperienziale e una contestuale, grazie alle quali ci si confronta con situazioni sconosciute, con sfide realistiche o addirittura sistemi concettuali nuovi. È chiaro, secondo questa teoria, che non si nasce intelligenti, che la scuola ha le sue responsabilità per far progredire un’intelligenza multisfaccettata e non solo nozionistica.

La ricerca educativa sottolinea che è necessario curare lo sviluppo di tutte quelle abilità cognitive che sono alla base dell’apprendimento in ambito scolastico e accademico. L’insegnamento deve focalizzarsi sulla comprensione del processo piuttosto che sulla produzione di un prodotto finale. È altresì importante che l’insegnamento avvenga in contesti specifici e non generici, in modo che l’apprendente abbia la possibilità di sperimentare determinate abilità in un contesto d’uso idoneo. Infine, è fondamentale puntare fin dai primi anni di scuola alla padronanza delle abilità di base, prerequisito necessario per tutti gli apprendimenti successivi e modello per la costruzione di apprendimenti più complessi.